Nella mente del serial killer: intervista a Francesco Bruno

Scritto da: il 06.09.09
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“Ti invio mezzo rene che ho preso da una donna e conservato per te. Gli altri pezzi li ho fritti e mangiati erano molto buoni…

…Catturami quando puoi Mister Lusk”

Il 16 ottobre 1888 Jack lo squartatore scriveva questa lettera ed inviava parte di un rene umano a George Lusk, presidente della commissione vigilanza di Whitechapel, il quartiere dove Jack uccise e smembrò selvaggiamente, ma con la precisione di un chirurgo, 5 prostitute.

Londra, è questo il volto di Jack lo Squartatore. Un investigatore di Scotland Yard in pensione – utilizzando la più moderna tecnologia -ha messo per la prima volta a punto un identikit del famigerato serial killer londinese che tra l’agosto e novembre del 1888 strangolò e fece a pezzi almeno cinque prostitute e non fu mai scoperto malgrado indagini a tappeto. John Grieve, ex-capo del reparto anti-terrorismo della London Metropolita Police, ha creato l’immagine di Jack The Ripper per un documentario televisivo trasmesso su Channel Five.


All’“illustre antenato” Jack si sono susseguiti, nel tempo, numerosi emuli. Serial killer che della morte hanno fatto un’arte.

«Sono individui che non riescono ad avere un rapporto con una persona viva, non possono fare a meno della morte e sviluppano quella che, noi del settore, abbiamo definito necromania». Spiega il noto professor Francesco Bruno, titolare della cattedra di psicopatologia forense di Roma. E’ proprio lui che per mano ci conduce lungo una via sanguinosa attraverso gli anfratti bui e contorti della mente del serial killer.

Di killer seriali se ne contano 1 su 800.000, non soffrono di eclatanti malattie mentali ma ne presentano il germe in sé. Non sono, ad esempio, dei pervertiti sessuali eppure dentro di loro si può celare il seme d’ogni perversione sessuale. Incapaci di affettività, solitamente vivono per esorcizzare quella che per loro è stata un infanzia difficile. Prima di introdurmi in questo mondo, passo a rassegna tutti i serial killer dell’ultimo secolo, una cosa salta all’occhio: sembra che le donne non siano assassine seriali. Come mai? Forse che le donne non si rendono protagoniste di questi particolari delitti? Fuga i miei dubbi il professore Bruno: «Nel mondo della “normale” criminalità, si conta il 5 % delle donne, stessa proporzione vale nel campo dei serial killer. Esistono dunque, seppur in minima percentuale, anche le donne serial killer. Al contrario dell’uomo che compie i delitti per appagare un impulso, la donna però, agisce con un fine utilitaristico. Famose, le cosiddette “Vedove Nere”, quelle donne che uccidono i loro mariti al fine di ereditare il loro patrimonio. Poi ci sono gli “Angeli della Morte”, le infermiere che mettono in pericolo il loro paziente, al fine di potersi rendere utili ma finiscono sempre per uccidere.»

« Gettai i pezzi nella pentola, aggiunsi sette chilogrammi di soda caustica , che avevo comprato per fare il sapone, e rimescolai il tutto finché il corpo sezionato si sciolse in una poltiglia scura e vischiosa con la quale riempii alcuni secchi e che vuotai in un vicino pozzo nero. Quanto al sangue del catino, aspettai che si coagulasse, lo feci seccare al forno lo macinai e lo mescolai con farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, oltre a un poco di margarina, impastando il tutto. Feci una grande quantità di pasticcini croccanti e li servii alle signore che venivano in visita, ma ne mangiammo anche Giuseppe e io. » Leonarda Cianciulli la saponificatrice di Correggio, v. link

In Italia ci sono stati numerosi serial killer, tre di loro attraggono la mia attenzione: Donato Bilancia, mostro della Liguria; Marco Bergamo, mostro di Bolzano; Gianfranco Stevanin, mostro di Terrazzo (in provincia di Verona). Se Donato Bilancia falcia il numero maggiore di vittime con 17 assassinii, Stavanin è il più pervertito, mentre Bergamo nei suoi delitti accosta, a suo modo, l’arte.

«Nella vita di Gianfranco Stevanin l’incidente è fondamentale. In questa occasione perde gran parte della corteccia cerebrale frontale. Si riprende progressivamente, ma diventa killer seriale. Attrae le prostitute nel suo casolare con la scusa di fotografarle. Fa l’amore con loro e, ad esempio, le costringe ad indossare un sacchetto di plastica sulla testa. Le uccide, le taglia a pezzi e poi le seppellisce. Avrebbe potuto evitare di infierire sui corpi morti, ma non lo fa… » Si tratta di sadismo? « No, questo è proprio tipico dei serial killer: la manipolazione di un corpo morto. Jack lo squartatore uccideva per poi squartare. Il mostro di Firenze uccideva per poi prendere quei trofei (asportava le parti intime delle vittime NdR). Stevanin invece le fa a pezzi».

Catturati questi mostri, il confine tra capacità di intendere e di volere ed incapacità diventa molto sottile, ma nel contempo funzionale alla pena che ad essi viene riconosciuta in sede di giudizio. La capacità significa ergastolo, l’incapacità 10 anni di reparto psichiatrico. Il professore Bruno spiega queste dinamiche: «Di solito in primo grado, la gente ha molta voglia di vendetta così avviene che vengano ritenuti idonei per il regime carcerario, ovvero capaci di intendere e di volere. In appello, con più lucidità di giudizio, vengono spesso dichiarati incapaci. Per Stevanin si parlò in primo momento di pena carceraria, poi con l’appello venne dichiarato infermo. La Corte di Cassazione decretò l’abnormità dell’imputato ma lo ritenne capace di intendere e di volere.»

Come Stevanin anche Donato Bilancia è caduto in coma a causa di un incidente, ma il professore Bruno in questo caso spiega che l’evento che muove il mostro della Liguria è un altro «Bilancia resta colpito dal destino atroce del fratello, che dopo essere stato lasciato dalla moglie decide di buttarsi giù da un treno con il figlio in braccio. Lui odia le donne con la quale, tra l’altro, non riesce ad avere rapporti poiché è impotente e gli resta pure il trauma dei treni» Non è un caso, allora che abbia ucciso le tre donne sui treni? «No, rappresenta proprio il compimento del suo delirio. Di questo suo essere lui neanche si rende conto. Tutti gli amici lo descrivono come una persona simpatica e generosa; ma poi ha un lato oscuro, quello che di lui faceva un ladro e un giocatore d’azzardo. La maggior parte degli assassini seriali vivono una doppia vita. I primi delitti di Bilancia sono prettamente delinquenziali, a un certo punto, ci prende gusto e diventa un vero e proprio serial killer. Tutto dipende da come si realizza il primo incontro con la morte. Il suo primo omicidio, è un omicidio “mafioso”, la seconda volta si trova ad uccidere due sposini, la molla scatta allora, quando toglie la vita alla donna. Gli piace e prova proprio quel piacere che finora gli era stato negato».

Ai miei occhi i serial killer appaiono intelligenti, consapevoli e competenti. Leggono molti libri di anatomia e sembrano agire con estrema lucidità, il professore però spiega che non tutti sono così accorti: «Maurizio Minghella, l’assassino di 15 prostitute, era un debole di mente. Era riuscito a fuggire dal carcere ma lo catturarono perché prese un treno che lo riportava indietro… »

Dalle dichiarazioni che leggo, nessuno dei serial killer riesce a ricostruire esattamente i delitti compiuti, Marco Bergamo ricorderà solamente il sangue sulle punte delle dita, ripensando all’assassinio della sua prima vittima, una quindicenne. Cosa succede nel momento clou della violenza?: «Alcuni ricordano con estrema precisione. Questo dipende dall’emotività al momento dell’atto, se sono controllati sapranno bene ciò che hanno fatto, se sono sopraffatti dalla paura o da altri sentimenti, vivono il momento in maniera offuscata». I serial killer come guardano ai delitti da loro compiuti? «E’ come se vivessero un bel giorno, come a chi ripensa al giorno del matrimonio. Per questo, portano con se dei “trofei”. Marco Bergamo andava al cimitero a trovare le sue vittime, in particolare la prima».

Chi è il più teatrale secondo lei? «Marco Bergamo. Lui lascia le prostitute sul bordo della strada in una posizione studiata e particolare, riverse nel loro sangue. Crede di fare delle opere d’arte».

L’elemento comune a tutti e tre? «L’Odio nei confronti della donna».

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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