Paghiamo 700 milioni di euro ai giornali. Risultato? Carta Igienica

Scritto da: il 02.05.09
Articolo scritto da . Sono informazione, Sono la giornalista che tiene tra le dita una sigaretta. Sulla mia scrivania c'è polvere, una baraonda di fogli vecchi e nuovi, conti da pagare, il cavo dell'iPod, la busta baga, una tazza di tè risalente a tre giorni, gli spiccioli e questo computer. Amo e odio l'informazione, per lei vivo e non ho vita. Per lei rinuncio alla mia personalità perchè io sono notizia. Bella, triste, falsa, stupida, ricca, squallida, penosa, irreale. Io sono tutto questo grazie all'informazione e non sono niente.

Conoscete i seguenti giornali: «Linea», «Il Denaro», «Giornale d’Italia», «Roma», «Gazzetta Politica»? Noo? Tranquilli, non è un problema. Io però, potrei continuare questa lista di giornali, a voi anonimi, quasi all’infinito. Ciò che qui interessa sapere, è che tutti noi paghiamo perché questi giornali esistano. L’Italia spende ogni anno la bellezza di 700 milioni di euro per finanziare l’editoria. La Francia, l’unico paese europeo che riconosce finanziamenti pubblici ai giornali, sborsa 250 milioni di euro. Comunque, meno della metà di noi.

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Questo articolo nasce da una riflessione sulla libera informazione e prendendo spunto da un’inchiesta andata in onda su Rai 3 nel 2006. Nel nostro paese ci sono 60 milioni di abitanti, 6 milioni di essi ogni giorno comprano il giornale. E per quei pochi che leggono le notizie, queste, giungono filtrate e faziose. Nel tempo si sono susseguite tre leggi. La prima è datata 1981 e riconosce un aiuto ai giornali di partito che non riescono a sostenersi da soli. Allora si prevede una spesa di 28 milioni di euro, cifra che aumenta esponenzialmente nell’87 allorchè la legge cambia e bastano solo due deputati per far diventare organo di partito un giornale, nel 2001 si cambia ancora, viene emessa un’altra normativa per cui bisogna diventare cooperativa ed avere tre anni di vita per attingere ai fondi statali. Fin qui abbiamo parlato dei giornali di partito (o presunti tali), ma sappiate che comunque tutti i giornali ufficiali e no che finiscono in edicola godono di contributi pubblici. Come del resto accade per le televisioni locali, per le radio e naturalmente per la Rai. Ma questa è un’altra storia…

Per avere le idee chiare chiunque può scaricare dal sito della Presidenza del Consiglio la lista completa di tutti i soggetti editoriali che percepiscono i finanziamenti. Qui faremo solo alcuni esempi. «Linea», giornale del movimento sociale Fiamma Tricolore, ogni anno si avvale di un contributo di 2 milioni 582 mila euro. Se però, chiederete ad un qualsiasi edicolante se può fornirvi «Linea», questi non vi potrà accontentare e per soddisfare la vostra curiosità potrete scaricare da internet le copie in pdf del quotidiano… vecchie di una settimana. E così «Il Denaro» ci costa 2 milioni 238 mila euro; il «Giornale d’Italia» ed il «Roma» 2 milioni 582 mila euro ciascuno; la «Gazzetta Politica» solo 516 mila euro. Questi soggetti editoriali sono inseriti nella lista delle società cooperative al gusto “politico, partitico”, sono difficilmente rintracciabili nelle edicole, perché poco distribuiti e molto spesso hanno una tiratura modesta, per alcuni si parla di 2.000 copie al giorno. Spogliando attentamente la lista, salta all’occhio una testata di tutto rispetto: «Il Foglio», il quotidiano a firma di Giuliano Ferrara. Lui è stato un pioniere del sistema, io aggiungerei un “grande”, perché nel 1987 quando servivano solo due deputati per diventare giornale di “partito”, lui riuscì a farsi firmare una dichiarazione di consenso da Marcello Pera senatore del centro destra e da Marco Boardo deputato del centro sinistra. Il risultato era che così «Il Foglio» percepiva contributi essendo sia un giornale di centro destra che di centro sinistra, (e non ditemi che pur sempre centro era).Ferrara in questo senso è un innovatore, quando la legge cambia nel 2001, lui tira dritto e fa in modo che l’editore del Foglio diventi una società cooperativa, già organo di partito, e continua a percepire 3 milioni 511 mila euro annui.
Diamo un’occhiata ai giornali che percepiscono contributi perché organi di movimento politico.

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«L’Unità», storico giornale rosso, è il quotidiano che si accaparra di più con 6 milioni 817 mila euro, ci aspetteremmo una proprietà di partito, ma in realtà l’editore risulta essere la società per azioni Nuova Iniziativa Editoriale e, a detta dello stesso direttore, “non è giornale di partito”. Ma, dico io, che me li prende a fare allora, più di 6 milioni di euro? Per pagare lo stipendio del direttore responsabile Padellaro che si aggira intorno ai 9 mila euro al mese.

Andiamo avanti. Una lista d’oro a parte, riporta le testate che godono di contributi perché edite da cooperative o società con maggioranza di capitale sociale detenuta da cooperativa; in quest’ultimo caso si tratta dell’ennesimo escamotage legale. «Italia Oggi», ad esempio, prende dalle casse dello Stato 5 milioni e 61 mila euro, la proprietaria del quotidiano è una srl che a sua volta fa capo alla società per azioni Class Editori (che già di suo percepisce il contributo annuo sulla carta, di spiccioli 118 mila euro, ma questa è ancora un’altra storia). Nella stessa lista compaiono altri grandi giornali, tra tutti: «L’Avvenire», il giornale della Cei (Chiesa Cattolica Italiana) il cui editore è la fondazione intitolata Santi Francesco d’Assisi e Caterina che fa capo alla società per azioni Avvenire Nuova Editoriale Italiana e che, con la benedizione di ben due santi, percepisce 6 milioni di euro l’anno. Una curiosità locale sicialia: la Ediservice srl è l’anonima società che compare nella stessa lista e che edita il «Quotidiano di Sicilia» che usufruisce della modica cifra statale di 108.573 mila euro annui.
Le liste, divise per genere, sono ancora lunghe, fitte di nomi che qui non riporto perché correrei il rischio di tediare il lettore. Ma sicuramente devo soffermarmi su tutte quelle realtà editoriali che godono della fetta più grossa del malloppo, attraverso rimborsi sulle tariffe elettriche, telefoniche e postali e, dal 2002, anche di un rimborso sulla carta utilizzata. Si perdono nei meandri del bieco e oscuro marchingegno burocratico le cifre. Riesco però ad ottenere una lista dei quotidiani che ricevono un contributo solo per la carta, grazie alla legge intitolata “provvidenza all’editoria”. E qui sorge spontanea la domanda: “i grandi gruppi, hanno davvero bisogno di tutti questi provvidenziali aiuti?”.

Alla RCS Libri spa 1 milione e 100 mila euro (e perché dovremmo comprarli i libri?), alla RCS Periodici spa (editore di Brava Casa etc. etc.) 3 milioni e 500 mila euro; alla RCS quotidiani spa (proprietaria del Corriere della Sera etc. etc.) 8 milioni e 686 mila euro per un totale di 13 milioni e 300 mila euro a tutta la RCS, e ricordate che qui parliamo solo di euro per la carta. Stesso discorso vale per il Gruppo L’Espresso spa che percepisce 8 milioni di euro. E la ricca Mondadori sembra batterle tutte, perché da sola, “cucca” da noi contribuenti 10 milioni di euro a cui però si sommano ulteriori 20 milioni per le altre spese (rimborsi su elettricità, telefonate etc. etc.). Stessa storia vale per «Il sole 24 ore», il giornale di Confindustria, che come contributo sulla carta accaparra la cifra di 3 milioni di euro, ma non fatevi ingannare, ai 3 milioni bisogna aggiungerne altri 15, poiché, per dirne una, il «Il sole 24 ore», che ha anche il più alto numero di abbonati, gode di privilegi sulle spese di spedizione. A questo punto tutti vi chiederete: “allora perché acquistiamo il giornale, se già paghiamo?” e non ditelo proprio a me, io sono il direttore di una modesta rivista distribuita gratuitamente e proprio per questo non becchiamo l’ombra di un quattrino. Inoltre, vi consiglio caldamente di non toccare il discorso pubblicità, dato che nessuno di questi quotidiani-periodici è disposto a mettere da parte il “pozzo di soldi”, quel fattore cioè, da cui derivano i maggiori proventi di tutti i giornali. Abbiamo dato i numeri e per di più non mi fregio di essere una grande mente matematica però non posso ancora esularmi dal discorso. Voglio semplicemente ricordare quei casi eccezionali come la Rai, televisione di Stato, per cui è obbligatorio versare un canone, e quando questo denaro non basta insieme agli introiti pubblicitari interviene lo Stato per ripianare il deficit. Voglio ricordare i casi delle radio, come radio Radicale, nelle mani dell’omonimo partito che si dice contrario ai contributi statali, ma che percepisce ugualmente 4 milioni di euro cui vanno sommati anche una decina di migliaia di euro giustificati come compenso conseguito per la trasmissione delle sedute parlamentari, insomma una sorta di convezione statale.

fingiornali
Ma, soprattutto, voglio ricordare tutti quei giornalisti che ogni giorno svolgono il loro lavoro con grande passione, seppure sfruttati. Quei cronisti che guadagnano 5 euro a servizio (in questo si computano pure le spese) persino nelle grandi testate. Finiscono in cassa integrazione, ma molto più spesso sono solo lavoratori in nero schiavi del direttore di turno che ordina loro come scrivere le notizie che voi leggete. Sindacati di giornalisti retti in maniera occulta dagli stessi editori che se ne infischiano di questa massa di scribacchini frustrati. Ma che ve lo dico a fare? La notizia in Italia non esiste eppure qui si paga quasi un miliardo di euro l’anno per essa.

  • http://liblog.blogdo.net Livia

    Fabiola, non posso che condividere perfettamente quello che hai scritto: non è molto diverso per l’editoria libraria, cui appartengo.

  • http://biancoenero.blogdo.net fabiola

    @ Livia:
    A proposito di editoria libraria, solo da qualche mese, ho scoperto che esiste l’editoria a pagamento. Ho letto tantissime testimonianze http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2008/01/ di persone praticamente derubate attraverso dei fantomatici concorsi.

  • http://liblog.blogdo.net Livia

    Ahi, la piaga della Vanity press! Ne parlo spesso su Liblog cercando di “svegliare” gli autori. Non ci sono solo i concorsi, ma infiniti modi per far sborsare agli autori cifre fino ai seimila euro. Perché poi? Per avere la stessa cosa che farebbe un POD, nel 95% dei casi.
    Pensa che la prima domanda che mi fanno di solito gli autori è “quanto devo pagare”, per restare basiti quando capiscono che non funziona così. Se ti vuoi divertire puoi anche leggere la prima parte di Vita da editor(e) :D

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